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Facebook   Significato dei SimboliLast Update: 11/21/2007 2:37 AM
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11/21/2007 1:59 AM
 
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Il simbolo del Cerchio
Cerchi

* Introduzione
* Mondo Antico
* Tradizione islamica
* Tradizione cristiana
* Estremo oriente e India
* Amuleti
* Ruota e Tempo

Introduzione

Intuirono allora i pitagorici l'esistenza di un quinto fattore che chiamarono olkos, sostegno, che, in virtù della sua funzione armonizzatríce era considerato il Principio rettore dell'universo intero. Da lui dipendeva il moto degli astri, il susseguirsi ordinato e costante delle stagioni, lo sviluppo delle quattro età dell'uomo, in una parola, il ciclo perenne della vita.

Questo concetto è simbolizzato dalla circonferenza, figura geometrica in cui non è dato distinguere il principio dalla fine. Di questa circonferenza, i quattro elementi sono i raggi; il centro, che è anche punto centrale della croce, è il punto dal quale i raggi si dipartono ma al qual peraltro convergono, simbolo quindi del Principio da cui tutto trae origine e cui tutto ritorna.

Il cerchio è il segno dell'Unità del principio e di quella del Cielo e, come tale, ne indica l'attività e i movimenti ciclici.

Il cerchio è un simbolo "UNIVERSALE", tutti i punti che formano il cerchio sono equidistanti dal suo centro, alle origini della civiltà indiana rappresentava il SOLE o la LUNA o la RUOTA. Intesa come simbolo del cerchio ciclico, antichissimi testi indiani, i "VEDA", ritenevano il CERCHIO un potente campo di ENERGIA psicofisica, una sorta di area sacra.

E' lo sviluppo del punto centrale, la sua manifestazione: tutti i punti della circonferenza si ritrovano al centro del cerchio, che è il loro principio e la loro fine scrive Proclo.

Secondo Plotino il centro è il padre del cerchio e secondo Angelus Silesius il punto ha contenuto il cerchio. Numerosi autori applicano questo stesso paragone del centro e del cerchio a Dio e alla Creazione. Il punto e il cerchio hanno delle proprietà simboliche comuni: perfezione, omogeneità, assenza di distinzione o di divisione. Il cerchio può anche rappresentare non più le perfezioni nascoste del punto primordiale, ma gli effetti creati; in altre parole, il mondo in quanto si distingue dal suo principio.

Il cerchio è la figura dei cicli celesti - soprattutto delle rivoluzioni planetarie - e del ciclo annuale raffigurato dallo Zodiaco.

E' caratteristico della tendenza espansiva ed è il segno dell'armonia; per questo le norme architettoniche sono spesso stabilite sulla divisione del cerchio.

Perché, il cielo si muove con un movimento circolare, chiede Plotino; perché, imita l'intelligenza è la sua risposta. Il simbolismo dello zodiaco si ritrova in altri irraggiamenti simili intorno al Centro solare: i dodici Aditya, i Cavalieri della Tavola Rotonda, il Consiglio circolare del Dalai Lama.

La forma primordiale non è tanto il cerchio quanto la sfera, rappresentazione dell'Uovo del Mondo, ma il cerchio è la coppa o la proiezione della sfera. Il Paradiso terrestre era circolare. Il passaggio dal quadrato al cerchio, ad esempio nel mandala, rappresenta il passaggio dalla cristallizzazione spaziale al nirvana, all'indeterminazione del principio, passaggio dalla Terra al Cielo, secondo la terminologia cinese.

Il movimento circolare è perfetto, immutabile, senza inizio né fine, né variazione; questo fa si che esso possa rappresentare il tempo, il quale, a sua volta, può essere definito come una successione continua e invariabile di istanti tutti identici gli uni agli altri. Il cerchio può rappresentare anche il cielo , dal movimento circolare e inalterabile.

A un altro livello interpretativo, il cielo stesso diventa simbolo, il simbolo del mondo spirituale, invisibile e trascendente, ma più direttamente, il cerchio simbolizza il cielo cosmico soprattutto nei suoi rapporti con la terra, In questo contesto, il cerchio rappresenta l'attività del cielo, il suo inserimento dinamico nel cosmo, la sua causalità, la sua esemplarità e il suo ruolo provvidenziale, in questo modo si ricollega ai simboli della divinità china sulla creazione, di cui produce, regola e ordina la vita.

Il simbolismo non è però sempre così semplice: l'immutabilità celeste trova la sua espressione anche nel quadrato e le mutazioni terrene nel cerchio , ed entrambi gli aspetti sono utilizzati nell'architettura indù tradizionale di cui si é potuto dire che si riassumeva nella trasformazione del cerchio in quadrato e del quadrato in cerchio.

Il Burckhardt (L'arte sacra in oriente ed occidente Ed. Rusconi Milano) osserva che per i popoli nomadi il Santuario per la divinità era concepito circolare, come la loro tenda od il nurago o il trullo.

Per delimitare il Santuario essi fissavano un bastone nel terreno e concepivano il bastone come asse del mondo ed ogni punto sella superfice terrestre era concepito corrispondente a tale asse. Con un filo legato al bastone ruotando formavano il cerchio, trasfigurazione del cielo e del cosmo.
Mondo Antico

Gli egiziani credevano che molto tempo prima della loro civiltà gli dei avessero stabilito il sistema dell'ordine cosmico e l'avessero trasferito sulla loro terra. Una razza di dei aveva governato l'Egitto per molti millenni prima di affidarlo alla loro linea mortale, eppure divina dei faraoni.

Qualcuno ora ipotizza che a ricordo di questo furono costruite le tre piramidi di Giza la cui disposizione e dimensione corrispondono alle stelle della cintura di Orione ( Al Nitak, Al Nilam, Al Mintaka); ovvero le costruirono sulla terra come una immagine di ciò che esisteva nel cielo.

Platone considerava il quadrato e il cerchio come assolutamente belli in sé; secondo il grande pensatore il quattro si riferisce alla materializzazione delle idee e il tre all'idea stessa: il secondo esprime le essenze e il primo i fenomeni, l'uno lo spirito e l'altro la materia.

Fin dalla più remota antichità, il cerchio è servito a indicare la totalità e la perfezione e a inglobare il tempo per misurarlo meglio; Nella Bassa Mesopotania lo zero è il numero perfetto, che esprime il tutto, e dunque l'universo; il cerchio diviso in gradi, rappresenta il tempo; i Babilonesi l'hanno utilizzato per misurarlo, l'hanno suddiviso in 360°e scomposto in sei segmenti di 60°, il suo nome (shar) indicava l'universo, il cosmo. La speculazione religiosa babilonese ne ha ricavato in seguito il concetto di tempo infinito, ciclico e universale che si è trasmesso nell'antichità ad esempio nell'epoca greca attraverso l'immagine del serpente che si morde coda (v. UROBOROS). Il sole e l'oro, immagini del sole, sono indicate con un cerchio. Nell'antichità il piano circolare è associato al culto del fuoco , degli eroi e della divinità. Il cerchio esprime l'eterno soffio della divinità, che agisce continuamente e in tutti i sensi Il tondo possiede un senso universale rappresentato dal globo e la sfericità, sia dell'universo che della testa dell'uomo, é indizio di perfezione. Platone rappresenta la psiche con una sfera e già presso i Babilonesi troviamo questo complesso cielo-terra espresso dal cerchio e dal quadrato : il quadrato inscrive un limite il cerchio esprime l'illimitato.

Jung ha mostrato che il simbolo del cerchio , è un'immagine archetipica della totalità della psiche, il simbolo del Sè, mentre il quadrato è il simbolo della materia terrena, del corpo e della realtà.

Nel mondo celtico , il cerchio ha una funzione e un valore magico. Cuchulainn incide un'iscrizione in lettere ogamiche su un cerchio di legno (fatto con un ramo ricurvo) per fermare l'esercito irlandese che invade l'Ulster. Il cerchio viene fissato a un pilastro e ingiunge, a chiunque legga l'iscrizione, di non oltrepassarlo senza accettare un singolar tenzone. Il cerchio simbolizza dunque un limite magico invalicabile. Il cerchio ha applicazioni religiose immediate: il grande idolo d'lrlanda, secondo i testi agiografici, è circondato da altre dodici pietre di minore grandezza disposte in cerchio.

I templi circolari gallo-romani sono inscritti in un quadrato e rappresentano le interrelazioni fra il cielo e la terra.

Vercingetorige, al momento della resa, descrisse a cavallo un gran cerchio intorno a Cesare, il simbolismo del cerchio é duplice, magico e celeste.

In un disegno di arte Vichinga della Norvegia si vede l'immagine pura dell'uomo spiritualizzato senza essere disincarnato.

Il cubo centrale, con i suoi quadrati le sue scacchiere, le sue squadre e i suoi punti, dà un'idea di questo mondo materiale e creato, limitato e inscritto nel tempo e nello spazio. L'ovale della testa, le curve delle arcate sopraccigliari, i salienti delle labbra e la mandorla degli occhi rappresentano il non-creato, la concentrazione , lo spirituale. La sovrapposizione dei due volumi indica le relazioni fra il cielo e la terra, fra il trascendente, e l'immanente, relazioni che tendono verso un'unione nell'uomo. Possiamo vedere in questo caso: l'immagine dinamica di una dialettica fra il celeste trascendente a cui l'uomo aspira naturalmente e il terrestre in cui si trova attualmente.(de Champeaux G.,Sterckx S., Introduction au monde des symboles,Parigi 1966)
Tradizione islamica

Nella tradizione islamica, la forma circolare è considerata come la più perfetta di tutte ed è per questo che i poeti dicono che il cerchio formato dalla bocca è la forma più bella in quanto è completamente rotonda.

Raccolto in se stesso, senza inizio ne fine, compiuto e perfetto, il cerchio è il segno dell'assoluto.

La danza circolare dei dervisci mawlaiyya (mevlevi), detti dervisci giranti, è ispirata a questo simbolismo cosmico: imitano il giro dei pianeti intorno al sole, il vortice di tutto ciò che si muove ma anche la ricerca di Dio, rappresentato dal sole. Il loro fondatore, il massimo poeta del Sufismo, ha celebrato questa circumambulazione dell'anima "ho girato, scrive, con i nove padri (i pianeti) in ogni cielo. Per anni ho girato insieme alle stelle"

Il neo-platonismo paragona Dio ad un cerchio, il cui centro è dappertutto e questo tema lo si trova anche nel Sufismo soprattutto nel Mathavi di Jalal Al-Din Rumi, nel Roseto dei Segreti di Mahmud Shabastarid. Rumì contrappone la circonferenza materiale del mondo fenomenico al Cerchio dell'Essere assoluto, affermando inoltre che, se si aprisse un granello di polvere vi troveremmo un sole e dei pianeti che girano intorno.

Anche il Trono di Dio è rappresentato con una base circolare: è l'orizzonte supremo, Khatt al-istima, di cui Maometto ha fatto il giro nel Mi'raj in due gettate d'arco. L'estasi maomettana è consistita dunque nel fare il giro dell'inaccessibilità di Dio
Tradizione cristiana

Nell'iconografia cristiana, il motivo del cerchio rappresenta l'eternità; tre cerchi saldati evocano la Trinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Il Santo Sepolcro di Gerusalemme voleva evocare la grande volta dell'universo che l'uomo rappresenta con la sua calotta cranica. Onorio d'Autun riprende questa duplice divisione parlando di chiesa a croce e di chiesa tonda, usando tanto la terminologia usuale che il senso simbolico implicito.

Se la chiesa nel suo insieme ha la forma di una croce latina, come avviene il più delle volte, conviene notare che tale croce può essere ottenuta sviluppando un cubo le cui facce siano stese sul piano di base; la faccia di base, che rimane nella posizione iniziale, corrisponde alla parte centrale sopra cui s'innalza la cupola.

Secondo il Burckhardt per i Padri della Chiesa l'edificio sacro rappresenta innanzitutto il Cristo, come divinità manifestata sulla terra; al medesimo tempo rappresenta l'Universo costituito da sostanze visibili ed invisibili, infine l'uomo e le sue diverse parti.

La chiesa non è più il punto di partenza dell'evoluzione spirituale, ma ne rappresenta il punto finale supremo.

La chiesa romanica presenta l'immagine dell'uomo ma offre prima di tutto il simbolo del1'uomo perfetto, cioè di Gesù Cristo, il cui nome in ebraico significa anche uomo. Il Verbo, facendosi uomo, assume proporzioni umane, con l'lncarnazione unisce la propria divinità all'umanità, collega il cielo alla terra e mette nel cerchio una forma di quadrato che corrisponde alla forma dell'uomo o - meglio ancora- iscrive il quadrato nel cerchio della divinità, rafforzando così ( poiché il quadrato è simbolo di potenza) il suo significato, come si riscontra, per esempio, nella visione di Daniele, delle quattro bestie e dei quattro regni ( Daniele VII, 1-28 ).

Con la Redenzione, Cristo fa esplodere il quadrato e lo spezza, perché è un re spodestato, e del quadrato non resta altro che la croce: in questo modo, Cristo pone la propria natura umana in seno alla natura divina e l'uomo quadrato, tramite l'Incarnazione, si inserisce egli stesso nel cerchio. In altri termini, l'umanità è collegata alla divinità, come il tempo all'eternità, il visibile all'invisibile e il terrestre al celeste.
Estremo oriente e India

Il cerchio e il quadrato sono per eccellenza in Cina la manifestazione tangibile del cielo e della terra, ed insieme con l'uomo sono gli elementi che fanno parte della concezione dei tre poteri; il cielo che ricopre e produce, la terra che sorregge ed alimenta, l'uomo dotato della facoltà di pensare e provvisto di una volontà cosciente.

Fu-Shi fu il primo mitico sovrano cinese, a lui vengono attribuite l'invenzione della scrittura, della musica e dello strumento con cui Yu il grande misurò il mondo; Nu-Kua era considerata la divinità creatrice del genere umano, fu sposa di Fu-Shi col quale viene spesso raffigurata uniti dalle loro code di drago intrecciate. L'attributo di Fu-Shi è il compasso simbolo celeste e quindi yang o maschile, mentre la squadra simbolo terrestre e quindi yin o femminile appartiene a Nu-Kua, ma quando sono insieme è la dea che tiene in mano il compasso mentre l'imperatore la squadra.

Lieh tzù, tra il 570 a.C. e il 490 a.C. filosofo cinese presunto fondatore del taoismo, racconta che quando il cielo azzurro fu completato, i quattro punti cardinali fissati al loro posto, le acque straripanti che inondavano il paese di Ki bloccate, gli animali malefici morti, il popolo pacifico poté sopravvivere ed Nu-Kua riusci a puntellare il paese quadrato e ad abbracciare il cielo rotondo ... allora tutto fu tranquillo, tutto divenne perfettamente calmo.

La figura del cerchio simbolizza anche i diversi significati della parola: un primo cerchio ne simbolizza il significato letterale, un secondo cerchio il significato allegorico e un terzo cerchio quello mistico.

Il Tawhid, scienza della testimonianza che Dio è Uno, è rappresentato da Al Hallaj con una figura composta da tre cerchi concentrici: il primo cerchio comprende le azioni (di Dio), il secondo e il terzo le loro tracce, e conseguenze sono i due cerchi concentrici del creato . Il punto centrale simbolizza il Tawhid, la scienza, ma si tratta, in fondo, di una scienza della non-scienza di un sapere di non sapere.

Secondo i testi dei filosofi e dei teologi, il cerchio può simbolizzare la divinità considerata non soltanto nella sua immutabilità ma anche nella sua bontà diffusa come origine, sussistenza e consumazione di tutte le cose; secondo la tradizione cristiana, come l'alfa e l'omega.

Lo Pseudo Dionigi l'Areopagita è riuscito a descrivere, in termini filosofici, e mistici, i rapporti intercorrenti tra l'essere creato e la sua causa, grazie al simbolismo del centro e dei cerchi concentrici: allontanandosi dall'unità centrale tutto si divide e si moltiplica. Invece al centro del cerchio tutti i raggi coesistono in un'unica unità e un solo punto contiene in sé tutte le linee rette unitariamente unificate le une in rapporto alle altre e tutte insieme in rapporto al principio unico dal quale tutte derivano. Nel centro la loro unità è Perfetta; allontanandosene un poco cominciano a distinguersi e più se né separano più se né distinguono. In breve nella misura in cui sono più vicine al centro la loro unione reciproca, è più intima e nella misura in cui sono più distanti aumentala la differenza tra di esse.

Nel buddismo Zen troviamo spesso disegni di cerchi concentrici, che rappresentano l'ultima tappa del perfezionamento interiore, l'acquisizione dell'armonia dello spirito.

I cerchi concentrici rappresentano gradi di essere, le gerarchie create e costituiscono la manifestazione universale dell'Essere unico e non-manifestato, in tutto questo, il cerchio è considerato nella sua totalità indivisa. .
Amuleti

In quanto forma avvolgente, quasi un circuito chiuso, il cerchio è un simbolo di protezione e per questo è spesso usato, in magia, come cordone di difesa intorno alle città , ai templi e alle tombe, per impedire ai nemici, alle anime vaganti e ai demoni di penetrarvi; anche i lottatori tracciavano un cerchio intorno al loro corpo prima di iniziare a combattere.

Il cerchio protettore prende, per l'individuo, la forma dell'anello, del braccialetto, della collana, della cintura o della corona.

L'anello-talismano, l'anello-amuleto o il cerchio magico-pentacolo che portiamo al dito, sono stati usati in tutta l'antichità e da tutti i popoli; si ricollegano infatti alla protezione immediata dell'operatore nei punti più sensibili: le dita della mano, strumenti naturali di emissione e di ricezione del fluido magico, e dunque molto vulnerabili.

Questi cerchi non erano soltanto acconciature, ma anche stabilizzatori per mantenere la coesione fra l'anima e il corpo. Questo simbolismo spiega probabilmente perché i guerrieri antichi portavano un così gran numero di braccialetti, forse ne ricevevano da tutte le persone che si auguravano di rivederli tornare in buono stato, con l'anima debitamente legata al corpo.

Questo stesso valore del simbolo spiega perché anelli e braccialetti vengono tolti o proibiti a coloro la cui anima deve uscire dal corpo, per esempio i defunti, o innalzarsi verso la divinità, per esempio i mistici, anche se in questo ultimo caso può essere presente anche un altro aspetto simbolico, in quanto l'anello indica , fra l'altro , una dedizione e un dono del se volontario e irrevocabile (per questo motivo alcuni religiosi portano la fede).

In ogni caso, quando più valori simbolici si trovano in conflitto, privilegiarne uno significa aumentarne l'importanza ma non per questo cessa di esistere e di esercitare la sua influenza o il valore posti in secondo piano.
Ruota e Tempo

Il quadrato è la figura di base dello spazio, mentre il cerchio, particolarmente la spirale, è il simbolo del tempo: la ruota gira;

l'eternità è rappresentata dal cerchio che, dopo aver scandito l'arco dell'anno, ha misurato il tempo, poi l'eternità e infine ha significato l'infinito.

Dal cerchio e dall'idea del tempo è nata la rappresentazione della ruota, che ne deriva e che suggerisce l'immagine del cielo corrispondente all'idea di un periodo di tempo (etimologicamente, l'ebraico collega la torre, che è circolare, alla radice girare, e la generazione umana alla radice muoversi in tondo) . Il simbolismo del cerchio comprende il simbolismo dell'eternità o dei perpetui ricominciamenti. Anche presso gli lndiani dell'America del Nord, il cerchio è il simbolo del tempo, perché il tempo diurno , il tempo notturno e le fasi della luna sono cerchi posti sopra il mondo, e il tempo dell'anno è un cerchio intorno al bordo del mondo (Racconto di Capo Spada Sciamano Dakota).

La volta vorticosa dei cieli e la Ruota del cielo sono espressioni correnti nella letteratura persiana e implicano l'idea di destino.Omar Khayyam scrive: poiché la Ruota del cielo non ha mai girato secondo il volere di un saggio, cosa importa contare sette o otto cieli?

Nel Rg Veda si parla di tre ruote: i brahmani sono in grado di vedere le prime due, quelle del sole che probabilmente rappresentano il mondo terreno e quello celeste. La terza, che è accessibile solo a quanti hanno penetrato le verità più profonde, è forse il simbolo della sorgente di ogni cosa, dell'ordine cosmico stesso.
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11/21/2007 2:03 AM
 
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Il simbolo del Quadrato
Il simbolo del Quadrato
Quadrato

Il quadrato è il simbolo della terra, in opposizione al cielo, ma è anche, ad un altro livello, il simbolo dell'universo creato, terra e cielo, in opposizione al non-creato e al creatore; è l'antitesi del trascendente. Il quadrato è una figura antidinamica, ancorata sui quattro lati, rappresenta l'arresto o l'istante isolato. Il quadrato implica un'idea di stagnazione e di solidificazione, oppure di stabilizzazione . Mentre il movimento scorrevole è circolare e rotondo, l'arresto e la stabilità sono associati a figure angolose, con linee dure e a sbalzi.

Per gli alchimisti e gli ermetisti il quadrato, sormontato dalla croce simboleggiava la pietra filosofale.

Abù Ya'qub dice della tetrade, numero del quadrato, che è il numero più perfetto : il numero dell'intelligenza e il numero delle consonanti del Nome divino ('llh).

La simbologia del quadrato e quella del numero quattro sono spesso associate. Gli Ebrei facevano del Tetragramma il Nome impronunciabile della Divinità (Jhwh). I Pitagorici facevano della tetraktys (e anche del quadrato di quattro, cioè sedici) la base della loro dottrina.

René Guenon ( Simboli della scienza sacra, edizione Adelphi Milano) riferendosi alla Tetractys Pitagorica osserva che il quadrato è sempre dovunque considerato il numero della Manifestazione Universale nel concetto del Quadrato Perfetto; la formula Pitagorica 1+2+3+4=10 è la circolatura del quadrante e l'inverso 10=1+2+3+4 esprime numericamente la divisione quaternaria del cerchio, cioè il problema ermetico della Quadratura del Cerchio concepibile come massima perfezione umana.

Giordano Bruno nel De Monade scrive " per monadem, diadem, triadem decas exit. Et tetrade est primum solidi natua reperta. Primus pariter quadrangulus est par, justitiaeque typus. Et quamquam ipse Deus triades numero impare gaudet. Per tetradem cunctis tamem ipsum se explicat alte ". ( appendice N )

Il numero quattro è dunque , in certo modo , il numero della perfezione divina; più in generale , è il numero dello sviluppo completo della manifestazione, il simbolo del mondo stabilizzato.

Questo sviluppo si effettua, partendo dal centro immobile, secondo la croce nelle direzioni cardinali che, nel quadrato, è l'espressione dinamica del quattro.

La manifestazione solidificata viene espressa dal solo quadrato, il cui sviluppo va di pari passo a quello delle civiltà sedentarie. Il cerchio simbolo dell'animazione, è d'altra parte la forma abituale dei santuari presso i popoli nomadi, mentre il quadrato è la forma dei templi presso i popoli stanziali.

Il cubo, ancora più del quadrato, è il simbolo della solidificazione e dell'arresto dello sviluppo ciclico perché, determina e fissa lo spazio nelle sue tre dimensioni. Corrisponde all'elemento minerale, al polo sostanziale della manifestazione. La pietra cubica del simbolismo massonico implica il concetto di compimento e di perfezione. Il concetto di base di fondamento o di stabilità non è estraneo neppure al simbolismo, della Ka'ba della Mecca che è una pietra cubica.

Le età del mondo, la vita umana e i mesi lunari sono ritmati sul numero quattro, mentre le quattro fasi del movimento ciclico vengono espresse dal cerchio; la divisione con la croce di due diametri perpendicolari è la vera quadratura del cerchio. Parliamo del simbolo cristiano del gammadion , (in pratica, un quadrato che racchiude una croce) che è la sintesi di due aspetti del numero quattro: la croce raffigura Cristo circondato dai quattro Evangelisti, o dai quattro animali che ne sono emblemi.
Mondo Antico

Platone considerava il quadrato e il cerchio come assolutamente belli in sé; secondo il grande pensatore il quattro si riferisce alla materializzazione delle idee e il tre all'idea stessa: il secondo esprime le essenze e il primo i fenomeni, l'uno lo spirito e l'altro la materia.

Secondo Plutarco, i pitagorici affermavano che il quadrato riuniva la potenza di Rhea, di Afrodite, di Demetra, di Hestia e di Hera.

Commentando questo passo, Mario Meunier precisa: "Il quadrato significa che Rhea, la madre degli dei, la fonte della durata, si manifestava attraverso le modificazioni dei quattro elementi simbolizzati da Afrodite, che era l'acqua generatrice, da Hestia, che era il fuoco, da Demetra che era la terra e da Hera che era l'aria".

Il quadrato rappresenterà la sintesi degli elementi.

Dai quattro elementi di Democrito passiamo alla sfinge tetramorfa, ai quattro animali sistemati intorno al trono nell'Apocalisse di San Giovanni, alla carta dei tarocchi che raffigura il mondo, alla profezia di Ezechiele, ai quattro evangelisti e alla loro raffigurazione nella chiesa superiore di San Francesco in Assise, e a gran parte della iconografia cristiana; possiamo, quindi, fare questi accostamenti:

* Terra - Toro - San Luca - Lavoro - Resistenza - Tacere
* Acqua - Uomo - San Matteo - Vita - Luce - Sapere
* Fuoco - Leone - San Marco - Azione - Forza - Volere
* Aria - Aquila - San Giovanni - Intelligenza - Spirito - Osare

Molti spazi sacri hanno una forma quadrangolare: altari, templi, città ed accampamenti militari. La forma quadrangolare viene adottata per delimitare numerosi luoghi come la piazza pubblica di Atene. Spesso questo quadrato è inscritto in un cerchio, sommità di una collina rotonda, come per gli accampamenti e per i templi oppure in fondo a un cerchio di colline, come per Roma.

Secondo la versione di Plutarco sulla fondazione di Roma essa venne insegnata a Romolo dagli Etruschi come nei misteri. Si scavò dapprima una fossa rotonda, dove vennero gettate le offerte e che ricevette il nome di mund (cioè cosmo). Il mundus era considerato il centro che collega la città al mondo degli spiriti, cosi come il cordone ombelicale collega il bambino alla madre.

La città aveva una forma circolare , anche se Roma viene chiamata dagli antichi urbs quadrata e Plutarco stesso la chiama Roma quadrata, affermando inoltre che essa era al tempo stesso un cerchio e un quadrato. Secondo una teoria la parola quadrata significa quadripartita, cioè la città circolare era divisa in quattro parti da due arterie, il cui punto di intersezione coincideva con il mundus. Nella lingua dell'antico Egitto l'ideogramma che veniva usato per la parola città era un cerchio con due strade che si incrociavano disegnate all'interno.

(Egyptian Grammar by Sir Alan Gardiner printed at Oxford University)

Va ricordato anche che nell'Oriente antico, presso i Babilonesi, il quadrato veniva usato per indicare il totale di un conto ed esprimeva l'idea di riunire entro un limite, corrispondendo così a un limite terrestre. Esso sembra un simbolo meno antico del cerchio e forse ne è una derivazione, in ogni modo cerchio e quadrato esprimono un totale, ma il quadrato serve anche ad esprimere un'idea di limite.

Secondo Jung il simbolo del quadrato è il simbolo della materia terrena, del corpo e della realtà.

In un disegno di arte Vichinga della Norvegia si vede l'immagine pura dell'uomo spiritualizzato senza essere disincarnato.

Il cubo centrale, con i suoi quadrati le sue scacchiere, le sue squadre e i suoi punti, dà un'idea di questo mondo materiale e creato, limitato e inscritto nel tempo e nello spazio. L'ovale della testa, le curve delle arcate sopraccigliari, i salienti delle labbra e la mandorla degli occhi rappresentano il non-creato, la concentrazione , lo spirituale. La sovrapposizione dei due volumi indica le relazioni fra il cielo e la terra, fra il trascendente, e l'immanente, relazioni che tendono verso un'unione nell'uomo. Possiamo vedere in questo caso: l'immagine dinamica di una dialettica fra il celeste trascendente a cui l'uomo aspira naturalmente e il terrestre in cui si trova attualmente.

(de Champeaux G.,Sterckx S., Introduction au monde des symboles,Parigi 1966)
Tradizione islamica

Nella tradizione islamica, il quadrato e la tetrade occupano un posto ugualmente importante. Il simbolo supremo dell'Islam è la Ka'ba, un blocco quadrato; esso esprime il numero quattro, che è il numero della stabilità.

Se si rappresenta l'Islam come un edificio, possiamo dire che il tetto è il riconoscimento dell'unicità di Dio, mentre i quattro pilastri sono la preghiera rituale, la tassa, il digiuno annuale e il pellegrinaggio alla casa di Dio. Alla Mecca, il cubo nero della Ka'ba si erge in uno spazio circolare bianco, e la processione dei pellegrini, rito fondamentale del Pellegrinaggio, è essenzialmente costituito da dei giri intorno al quadrilatero e traccia, intorno al cubo nero, un cerchio di preghiera ininterrotta. Anche in occasione di una nascita c'è l'usanza di compiere il giro dei mausolei dei santi, delle moschee o del luogo dove si è svolto un sacrificio.

Il concetto di unicità monolitica è quindi simbolizzato dalla Ka'ba; in origine questa parola significava tanto essere quadrato che essere tondo; è significativo che anche la sua forma si presti a questo duplice significato , perché una parte è cubica e l'altra semisferica.

La Ka'ba ha quattro linee che vanno dal centro ai quattro angoli; è orientata sull'asse di quattro punti cardinali; i quattro ango1i della Ka'ba hanno nomi distinti. Un manoscritto arabo mostra la Pietra Nera della Ka'ba portata nel santuario da quattro capitribù posti ai quattro angoli di un tappeto. D'altronde, molto prima dell'Islam, la Mecca si chiamava Madre delle Città. Nella letteratura popolare viene chiamata anche ombelico della terra, come l'omphalos di Delfi. Ibn Al' Arabi osserva che la Ka'ba costituisce l'equivalente sulla terra del Trono di Dio, intorno al quale girano gli angeli (Corano, 29, 75). Il cuore dell'uomo, dice questo autore, è la casa di Dio, più nobile, e più importante della Ka'ba stessa. Il cuore degli uomini ordinari è quadrato, perché essi hanno quattro possibilità d'ispirazione: divina, angelica, umana e diabolica; il cuore dei profeti ha invece soltanto tre lati, perché essi sono estranei a ogni tentazione diabolica. Analogamente la Ka'ba, che ha apparentemente quattro lati, in realtà ne ha soltanto tre, se si tiene conto della parte semicircolare che sta di fronte a un lato.

Anche la casa araba è quadrata , come la qubbah, il mausoleo a cupola innalzato sulla tomba dei santi musulmani. Il mausoleo cubico rappresenta la terra o il corpo , con i suoi quattro elementi, e la cupola il cielo o lo spirito.

Per l'architettura islamica, il problema consisteva nel passare dal quadrato al cerchio, dato che il luogo di riunione dei fedeli è una sala quadrata, ma solo una cupola è degna di rappresentare l'incommensurabile grandezza divina. Ritroviamo dunque ai due livelli, architettonico e rituale, la congiunzione quadrato cerchio che era già implicita nell'etimologia.
Tradizione cristiana

Anche nella tradizione cristiana il quadrato, data l'uguaglianza dei suoi quattro lati, rappresenta il cosmo; i suoi quattro pilastri d'angolo indicano i quattro elementi. Il cerchio e il quadrato rappresentano i due aspetti fondamentali di Dio: l'unità è la manifestazione divina. Il cerchio esprime il celeste, il quadrato il terrestre , non in quanto opposto al celeste ma in quanto creato; nei rapporti fra il cerchio e il quadrato esiste una distinzione e una conciliazione: il cerchio sarà per il quadrato ciò che il cielo è per la terra e l'eternità per il tempo, ma il quadrato si inscrive in un cerchio vale a dire la terra è dipendente dal cielo. Il quadrato non è altro che la perfezione della sfera su un piano terrestre. Per i cristiani il Cristo rappresenta l'umanità, egli verrà considerato come l'uomo quadrato per eccellenza. Da ciò non solo derivò la costruzione delle chiese ad quadratum ma anche l'uso di porre nelle chiese la Pietra Angolare come simbolo di Cristo Gesù, come si legge nella lettera di S.Paolo agli Efesini ( ... Pietra maestra angolare essendo lo stesso Cristo Gesù sopra di cui l'edificio tutto insieme connesso si innalza in tempio santo del Signore ... capitolo II,20)

A tale riguardo Marie Madeleine Davy nel suo libro sul simbolismo mediovale scrive che Villard de Honnecourt, architetto che nel XIII secolo compose una raccolta di numerosi disegni stilizzati, ci dà la pianta di una chiesa cistercense del XII secolo, tracciata ad quadratum.

Questa pianta presenta delle analogie con le misure del Microcosmo, cioè dell'uomo, secondo Santa Ildegarda. L'uomo di Santa Ildegarda, con i piedi uniti e le braccia tese, ha cinque misure uguali nel senso della larghezza e della lunghezza; le dimensioni dettagliate nel senso della lunghezza e della larghezza vengono rappresentate da quadrati. Una chiesa, ad quadratum si inscrive in un rettangolo; la sua lunghezza si compone di tre quadrati e la sua larghezza di due quadrati di uguale misura.

La pianta della chiesa cistercense ha 12 misure uguali nel senso della lunghezza e otto nel senso della larghezza, cioè si ha il rapporto dodici ottavi che è uguale a tre mezzi.

Le chiese quadrate sono numerose in Gran Bretagna, come la cattedrale di Oxford, la chiesa di Ramsey o di Saint Cross, le chiese cistercensi in Gran Bretagna sono tutte quadrate, il tempio del Graal è quadrato.

In Germania la maggior parte delle chiese con abside quadrata derivano dalla chiesa cistercense di Morimond; in Francia le chiese quadrate sono cistercensi e hanno capocroci piatti, fiancheggiati da quattro, sei o otto cappelle quadrate; i deambulatori sono rettangolari. Così a Fontenay secondogenita di Chiaravalle e fondata da san Bernardo nel 1118, si aprono sul transetto delle cappelle quadrate o rettangolari; analogamente a Pontigny (1114), a Noirlac (1136) e a Escale-Dieu (1142), che riproduce la pianta di Fontenay.

La cattedrale di Laon presenta un capocroce quadrato; il coro della chiesa di Brinay è rettangolare . In tutte le chiese primitive cistercensi il capocroce è quadrato, ma nelle chiese costruite alla fine del XII e nel XIII secolo, l'abside diventa poligonale. Da notare che la chiesa di San Vincenzo ed Anastasio, vicino a San Paolo delle Tre Fontane a Roma, fu donata a San Bernardo nel 1140 e, molto probabilmente, ricostruita a quell'epoca con un capocroce quadrato. E' tutta una spiritualità che si inscrive simbolicamente in queste forme quadrate della stabilità, di una stabilità da interiorizzare.

Nella Guida dei Pellegrini a San Giacomo di Compostella l'autore paragona la chiesa a un organismo umano, in cui la navata maggiore è simile a un corpo di cui i transetti costituiscono le braccia; le dimensioni vengono calcolate in funzione delle misure umane. L'uomo quadrato, con le braccia tese ed i piedi giunti, indica i quattro punti cardinali e in essi troviamo riuniti il significato della croce e delle quattro dimensioni che esso implica. Gli autori medievali, che amano i paragoni, ricollegano all'uomo quadrato i quattro vangeli, i quattro fiumi del Paradiso. Thierry di Chartres dice che l'unità è alla base stessa del quadrato, perché viene ripetuta quattro volte.

Secondo Denys le Chartreux (Dionisio il Certosino) il quadrato va esaminato nel suo aspetto allegorico: i corpi quadrati, a suo parere non sono destinati alla rotazione come i corpi sferici, e del resto, il quadrato presenta un carattere stabile. Nel Medioevo vengono costruite città quadrate: Sainte-Foy, Montpazier ecc.

Nella composizione architettonica è importante mantenere la simmetria e la proporzione. La chiesa romanica si ispira al Tempio che, secondo la tradizione, rappresenta nelle sue proporzioni il tempio dell'uomo e le sue dimensioni possono inscriversi in un quadrato. La chiesa romanica non è solamente ad quadratum, secondo la pianta della chiesa cistercense pubblicata nell'album di Villard de Honnecourt, a volte è tonda e, in questo caso, ci troviamo di fronte a un altro simbolo: passiamo infatti dallo spazio-tempo al cielo dell'eternità.

Secondo il Burckhardt per i Padri della Chiesa l'edificio sacro rappresenta innanzitutto il Cristo, come divinità manifestata sulla terra; al medesimo tempo rappresenta l'Universo costituito da sostanze visibili ed invisibili, infine l'uomo e le sue diverse parti.

La chiesa non è più il punto di partenza dell'evoluzione spirituale, ma ne rappresenta il punto finale supremo.

La chiesa romanica presenta l'immagine dell'uomo ma offre prima di tutto il simbolo del1'uomo perfetto, cioè di Gesù Cristo, il cui nome in ebraico significa anche uomo. Il Verbo, facendosi uomo, assume proporzioni umane, con l'lncarnazione unisce la propria divinità all'umanità, collega il cielo alla terra e mette nel cerchio una forma di quadrato che corrisponde alla forma dell'uomo o - meglio ancora- iscrive il quadrato nel cerchio della divinità, rafforzando così ( poiché il quadrato è simbolo di potenza) il suo significato, come si riscontra, per esempio, nella visione di Daniele, delle quattro bestie e dei quattro regni ( Daniele VII, 1-28 ).

Con la Redenzione, Cristo fa esplodere il quadrato e lo spezza, perché è un re spodestato, e del quadrato non resta altro che la croce: in questo modo, Cristo pone la propria natura umana in seno alla natura divina e l'uomo quadrato, tramite l'Incarnazione, si inserisce egli stesso nel cerchio. In altri termini, l'umanità è collegata alla divinità, come il tempo all'eternità, il visibile all'invisibile e il terrestre al celeste.
Estremo oriente e India

La terra, misurata dai suoi quattro orizzonti è quadrata, è divisa nelle quattro regioni, occupate da quattro caste, dalle quattro braccia o dalle quattro facce della Divinità: le quattro braccia di Vishnu, e di Shiva o di Ganesha; ad Angkor, la divisione è operata dalle quattro facce del Tumburu, ma ancora più chiaramente dal Bayon (tempio khmer del XII secolo, al centro della cinta muraria di Angkor Thom). Il tempio è sempre costruito a immagine dell'uomo: come il tempio cristiano deriva dalla quadratura secondo le assi cardinali introdotte in un cerchio, la pianta del tempio indù presentata nel Vastu Purusha-mandala è anch'essa una figura quadrata che esprime la divisione per quattro di un grande cerchio che rappresenta il ciclo solare .Se il Cielo è generalmente rotondo e la Terra quadrata, il cambiamento di prospettiva permette a volte di invertire le corrispondenze simboliche. Se, ad esempio, nella costruzione del tempio indù, il quadrato è fissazione, cristallizzazione dei cicli celesti, può all'inverso significare l'immutabilità del principio in rapporto al movimento circolare della manifestazione; poi nella costruzione dell'altare vedico, che è un cubo cosmico, si ritorna al concetto primitivo.

Lo stesso simbolismo cosmico del quadrato si ritrova in Corea, nel Vietnam e soprattutto in Cambogia, non soltanto nella pianta dei templi o della capitaIe Angkor , ma anche nella disposizione del regno, che un tempo era diviso in quattro regioni amministrative cardinali.

Il cerchio e il quadrato sono per eccellenza in Cina la manifestazione tangibile del cielo e della terra, ed insieme con l'uomo sono gli elementi che fanno parte della concezione dei tre poteri; il cielo che ricopre e produce, la terra che sorregge ed alimenta, l'uomo dotato della facoltà di pensare e provvisto di una volontà cosciente.

Presso i cinesi la forma quadrata della Terra è un'idea molto antica, lo spazio è quadrato ed ogni oriente è dominato da una montagna cardinale, esso è definito dalle quattro dimensioni yang, parola che significa anche quadrato. Lo spazio quadrato si divide in province quadrate, conformemente al quadrato magico di Yu il Grande e anche secondo il Chou-li in campi quadrati. La città, centro dello spazio, è quadrata con quattro porte cardinali; i vassalli vi sono ricevuti alle quattro porte e si raccolgono in quadrato se si tratta di ristabilire il giusto ordine del mondo.

Per numerare i giorni i cinesi si servivano della combinazione di caratteri particolari, si tratta dei dieci tronchi celesti e dei dodici rami terrestri; Marcel Granet ha notato che i primi erano disposti a quadrato, mentre i secondi erano disposti in cerchio, cosa che ricorda lo scambio di attributi di Fu-Shi e di Nu-Kua.

Lieh tzù, tra il 570 a.C. e il 490 a.C. filosofo cinese presunto fondatore del taoismo, racconta che quando il cielo azzurro fu completato, i quattro punti cardinali fissati al loro posto, le acque straripanti che inondavano il paese di Ki bloccate, gli animali malefici morti, il popolo pacifico poté sopravvivere ed Nu-Kua riusci a puntellare il paese quadrato e ad abbracciare il cielo rotondo ... allora tutto fu tranquillo, tutto divenne perfettamente calmo.
Quadrati magici

Esiste anche una ricchissima tradizione di quadrati magici, poiché il quadrato evoca, con i suoi stretti limiti, il senso del segreto e del potere occulto.

"Tra i simboli segreti, legati all'Occultismo, - scrive M.A. Barbareschi Fino (astrologia, Edizioni R.D . Milano, 1980) - non possiamo dimenticare i quadrati magici, che sono i documenti più occulti che esistono e resistono ai lavori di interpretazione, per cui furono definiti di carattere esoterico. Il quadrato magico, con i segni, i numeri, le parole che racchiude, supera in molti casi, per il suo ermetismo, anche i documenti redatti con molta intelligenza allo scopo di confondere le idee".

Uno dei più antichi quadrati magici si trova nell'abbazia di Saint Germain des Pres e risale a prima del Mille a.C.

Il quadrato magico è un mezzo per captare e mobilitare virtualmente un potere, racchiudendolo nella rappresentazione simbolica del nome o della cifra di colui che detiene naturalmente questo potere. Il quadrato magico nella sua più semplice forma è composto da nove caselle, il totale di ogni lato è uguale a 15 e le nove prime cifre sono tutte presenti.

Un particolare quadrato magico, di cui abbiamo una testimonianza in Plinio, è costituito da cinque lettere disposte in cinque linee, in modo tale da poter essere lette da sinistra a destra o da destra a sinistra e, verticalmente, dall'alto in basso o dal basso in alto, senza che l'ordine, la natura delle parole e il senso vengano modificati. Secondo alcuni è possibile che questo quadrato sia, invece, di origine celtica.

Le parole sono Sator Arepo Tenet Opera Rotas e questa frase latina inscritta in un quadrato di 5 è stata interpretata nei modi più vari dagli alchimisti e dagli esoteristi.

Il senso probabile è " il seminatore Areppo regge con fatica le ruote ". Le diagonali sono formate o da sole consonanti o da sole vocali; le prime lettere di ogni parola formano la prima parola, le seconde la seconda e così via, né cambia se la lettura avviene dal fondo o dall'inizio.

Al centro del quadrato il verbo tenet forma una croce che inizia e termina con una T attorniata dall'alfa e dall'omega. Esso è, quindi, strettamente collegato con il culto della croce; a questo proposito il Carcopino cita il passo di uno scrittore del secolo XVI (Cardon, Rerum varietade) che racconta di un cittadino di Lione guarito dalla pazzia consumando un pasto mistico, tre croste di pane ciascuna con il disegno del quadrato, e intervallando con la recita di cinque Pater Noster in ricordo delle cinque piaghe di Cristo e dei cinque chiodi della Croce"."

Al quadrato magico si attribuisce un potere aprotropaico, ed è presumibile che, qualunque debba essere il suo significato, ad un certo punto le cinque parole possano essere sentite come altrettanti segni cabalistici. Lo proverebbe la strana forma in cui il palindromo ci è stato di recente restituito dagli scavi effettuati in Etiopia : Sador Alador Danet Adera Rodas.
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Definizione del Simbolo
Definizione del Simbolo

La parola greca sy´mbolon (da "gettare con, mettere insieme”) indica in origine un rapporto che si istituisce tra due oggetti ed entità separate, quasi fondendole insieme: ma essa è passata molto presto a definire aspetti essenziali della comunicazione e del pensiero umano, dando luogo ad accezioni molto diversificate e contrastanti.

Si ha un simbolo quando si dà un rapporto piú profondo tra significante e significato, quando l’oggetto che rappresenta un altro oggetto è legato ad esso da rapporti di somiglianza, da qualcosa di piú intimo, che può essere anche assai vago e indeterminato e può richiamare valori profondi, non immediatamente manifesti nel linguaggio comune.

Quando per esempio si prende l’agnello come simbolo di Cristo, non si presuppone semplicemente che la figura dell’agnello indichi Cristo, ma che tra l’agnello e Cristo ci sia un legame profondo, determinato dalla mansuetudine e dal sacrificio: l’uso del simbolo è legato al proposito di attribuire alle cose e alle figure della natura un valore, che va al di là della loro immediata apparenza, che rinvia alle forme rituali o a un significato occulto della realtà, che non può essere immediatamente designato, ma che deve essere raggiunto indirettamente, per via obliqua. Il rapporto tra la figura simbolica e il suo significato si costruisce attraverso il principio dell’analogia (parola che in greco ha il significato originario di “proporzione”), che mette a confronto due domini diversi della realtà, istituisce un legame mentale tra cose che di per sé non avrebbero alcuna relazione tra loro; è lo stesso principio su cui si costruisce la figura retorica della metafora. Il simbolo può essere definito anche come potenziamento della metafora, sua trasformazione da semplice figura retorica a rivelazione di realtà e valori profondi, a immagine stabile e assoluta.

La produzione di simboli è un’attività fondamentale in ogni tipo di società umana e costituisce una delle basi essenziali dello sviluppo della conoscenza, che prende le mosse proprio dal tentativo di trovare rapporti e associazioni tra le cose, di individuare somiglianze tra le realtà piú lontane: il simbolo è pertanto lo strumento determinante delle forme di coscienza mitiche e rituali, e svolge naturalmente un ruolo essenziale nella religione, nella filosofia, nella letteratura, nelle arti. Alcuni orientamenti filosofici fanno risalire tutta la cultura umana, le forme di coscienza e di immaginazione, i modelli di comportamento, all’attività simbolica, all’istituzione di rapporti continui tra parole, cose, oggetti, sfere diverse dell’esperienza, che in ultima analisi sfuggono alla mera descrizione verbale.
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11/21/2007 2:11 AM
 
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Il Simbolo del Triangolo
triangolo
Introduzione

Ai triangoli sono legate varie speculazioni, così come sui poliedri regolari che derivano dai poligoni equilateri sulle innumerevoli triadi della storia religiosa; sui trittici della moralità: ben pensare, ben dire, ben fare; saggezza, forza, bellezza, ecc; sulle fasi del tempo e della vita, passato, presente, futuro; nascita, maturità, morte; sui tre principi base dell’alchimia, sale, zolfo, mercurio, ecc. Queste enumerazioni conducono necessariamente al simbolismo, al convenzionale.
Simbolismo

Il triangolo si ricollega alle varie simbologie del ternario. Esprimeva, prevalentemente sia l'Ideale della Divinità, simbolo di Trinità, sia l'idea dell'Ascesi dell'uomo verso la trascendenza divina, l'Universale, il Macro-Cosmo, sia l'idea della Proiezione Divina o di Potenze celesti verso l'Umanità e la Natura.

Ciascun triangolo corrisponde ad un elemento: l’equilatero alla terra, il rettangolo all’acqua, lo scaleno all’aria, l’isoscele al fuoco. Un triangolo isoscele, il cui angolo al vertice corrisponde a 108°, dà le proporzioni del numero aureo e presenta un aspetto particolarmente armonioso.

Il triangolo con la punta verso l’alto simboleggia il fuoco e il sesso maschile, con la punta in basso invece sta a significare l’acqua e il sesso femminile. Il pentaclo di Salomone è composto da due triangoli inversi e significa saggezza umana. In relazione al sole e al grano il triangolo è doppiamente simbolo di fecondità.

Molto spesso fu utilizzato nei fregi ornamentali in India, in Grecia e a Roma, con significato costante. Il triangolo per eccellenza è quello il cui vertice è di 36° e i due angoli di base 72°. Il numero 36 rappresenta la solidarietà cosmica, l’incontro degli elementi e delle evoluzioni cicliche. I numeri derivati indicano le relazioni tra la triade cielo-terra-uomo. 36 è anche la misura del quadrato di lato 9. È il valore approssimativo del cerchio di diametro dodici. 360 è la divisione del cerchio e dell’anno lunare.

La maggior parte dei ciclici cosmici è multiplo di 360. Il pentagono stellato diviene un pentagramma e designa l’armonia universale. Lo si ritrova spesso impiegato come talismano contro le cattive influenze. Esso è altresì la chiave della geometria ed è la base della sezione aurea, per cui è chiamato anche proporzione divina.

Oltre l’importanza riconosciutagli dai Pitagorici, in alchimia il triangolo è, ad un tempo, simbolo del fuoco e del cuore. A questo proposito occorre considerare i rapporti tra triangolo dritto e triangolo rivoltato, essendo il secondo il riflesso del primo e, per estensione, la natura divina di Cristo e la sua natura umana, cioè la montagna e la caverna.

In India il triangolo rovesciato è anche il simbolo della maternità (il delta greco ha lo stesso significato). L’equilibrio dei due triangoli sotto la forma dell’esagono stellato (il “boudier” di Davide) è l’espansione sul piano della manifestazione divina.

Grande importanza fu accordata dalla Massoneria al triangolo, che chiamò Delta luminoso, in riferimento non alla foce di un fiume dai molteplici bracci, ma alla forma della maiuscola greca (delta). Nel triangolo massonico il lato di base ha come significato la durata e i due lati, che si congiungono al vertice, esprimono tenebre e luce, formando nel complesso la triade cosmica.

Quanto al delta luminoso della tradizione, esso consisterebbe in un triangolo isoscele con la base più lunga dei lati, come il frontone di un tempio: con 108° al vertice e 36° agli angoli di base, questo triangolo corrisponderebbe appunto al numero aureo. Inoltre in questo triangolo si inscriverebbero perfettamente la stella fiammeggiante e il pentagono.
Triangolo equilatero

Il triangolo equilatero esprime la divinità, l’armonia, la proporzione. Il suo simbolismo riporta al numero tre. Non può essere pienamente compreso se non in funzione dei suoi rapporti con le altre figure geometriche. Ogni figura può essere divisa in vari triangoli con linee tracciate dal centro fino agli angoli. Il triangolo è alla base della formazione della piramide. Come ogni generazione avviene attraverso la divisione, così l’uomo corrisponde ad un triangolo equilatero diviso in due, cioè ad un triangolo rettangolo. Il quale, secondo l’opinione di Platone nel Timeo, rappresenta anche la terra. La trasformazione del triangolo equilatero in triangolo rettangolo con una perdita di equilibrio. Il triangolo equilatero, nella tradizione giudaica, simboleggia Dio, di cui è proibito pronunciare il nome.
Il triangolo di Pitagora

Il nome di Pitagora è rimasto famoso nella storia perché legato a una proprietà dei triangoli rettangoli, già conosciuta dai geometri egizi per il triangolo di lati 3-4-5 e da quelli indiani per il triangolo di lati 5-12-13. È noto che egizi e indiani si servivano di questi triangoli per disegnare angoli retti. I triangoli degli egizi e degli indiani rappresentano un caso particolare del teorema definito da Pitagora:

Considerando i quadrati delle lunghezze dei lati, si osserva che il quadrato del numero che rappresenta il lato maggiore è uguale alla somma dei quadrati degli altri due; geometricamente la proprietà dice che il “quadrato costruito sul lato maggiore (ipotenusa) ha l'area uguale alla somma delle aree dei quadrati costruiti sugli altri due lati (cateti)”.

La tradizione riconosce a Pitagora il merito di avere per primo generalizzato questa proprietà dimostrando che è vera per qualsiasi triangolo rettangolo. Ciò non esclude che in altri tempi, anche più remoti, e in altri luoghi, altri matematici siano giunti alla stessa conclusione.

Già diversi secoli prima della nascita di Pitagora, egizi e indiani costruivano allo stesso modo angoli retti, utilizzando triangoli rettangoli diversi. Inoltre, come già detto, il teorema era ampiamente conosciuto e applicato in Mesopotamia; peraltro anche su un antichissimo documento cinese, il libro di Chou Pei Suan King, scritto intorno al 1000 a.C. (cioè cinque secoli prima di Pitagora) è riportata una costruzione geometrica che dimostra il teorema di Pitagora.
Il triangolo di Sierpinski
Triangolo di Sierpinski

Il triangolo di Sierpinski infine, prende nome dal matematico polacco Waclaw Sierpinski che ne ha studiato la costruzione attorno al 1915.
Sierpinski aveva notato la proprietà di autosomiglianza che caratterizza questa figura, uno dei primi oggetti frattali della storia della matematica.
Il triangolo è infatti formato da triangoli costruiti ed accostati in modo da ripeterne la struttura.
Da un punto di vista geometrico, il triangolo si ottiene rimuovendo dei settori della figura di partenza.

Infine nella figura è evidente l'autosimilarità: la figura si può dividere in tre parti tutte e tre simili all'intero frattale.
Il triangolo impossibile

Triangolo impossibileQuesto triangolo ideato dal matematico Lionel Penrose deve l'aggettivo impossibile al fatto che osservando i suoi lati si ha l'impressione che uno venga verso di noi e uno sembri allontanarsi... Studiando infatti i suoi angoli ci accorgiamo che sono tutti e tre di 90°! Si tratta di un ovvio paradosso poichè sappiamo che la somma degli angoli interni di un triangolo deve dare 180°.

Questo oggetto quindi non può esistere nella realtà ma può essere solo disegnato facendo convergere ad arte le linee che lo compongono.

Si può anche costruire un oggetto che visto da una certa angolazione possa sembrare un triangolo impossibile. Nella figura si vede allo specchio il trucco con cui tre bastoncini creano l'illusione di un triangolo impossibile.

Anche Escher ha utilizzato due triangoli impossibili collegati nella sua cascata (vedi la foto nella galleria) per simulare un corso d'acqua che 'miracolosamente' va dal basso in alto ed infine ricade su se stes
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11/21/2007 2:18 AM
 
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Il simbolo del Labirinto
Labirinto

Il termine labirinto deriva proprio da una leggendaria costruzione architettonica dell'antichità', caratterizzata da una pianta così complicata e tortuosa da rendere estremamente difficile sia l'ingresso, sia l'orientamento all'interno e, quindi, l'uscita.

Il Labirinto originario, quello preistorico, quello cretese di cui ci occupiamo, romano e medioevale, detto unicursale è formato da un unica via che si intrica, si avvolge, e va verso un Centro, a cui si avvicina e da cui successivamente si allontana, ma che deve per forza raggiungere.

E' una via lunga, faticosa, ma senza biforcazioni, crocicchi o cammini ciechi, senza incertezze e necessità di scelte; chi la percorre, una volta arrivato al Centro, si svolta su se stesso compiendo un arco di 180° e, ripercorrendo la via in senso inverso, sempre con difficoltà, esce all'aperto senza pericolo di perdersi.

Questo complesso tracciato si ritrova, allo stato di natura, nei corridoi di accesso ad alcune grotte preistoriche.

Del simbolo del Labirinto sono state date le interpretazioni più varie e disparate in ogni campo, dalla filosofia alla psicologia, dalla psicanalisi alla pittura, dall'architettura alla scultura.
Leggenda

La tradizione attribuisce il progetto del primo labirinto all'architetto Dedalo, che disegnò e diresse la costruzione per ordine del re cretese Minosse, il quale era figlio del Re degli Dei greci, Zeus e marito di Pasife. Costei, presa da furore passionale per un Toro, fece costruire da Dedalo una statua di legno a forma di vacca, cosicchè celandosi al suo interno, riuscì a congiungersi carnalmente con l'animale.

Da tale animalesco ed innaturale rapporto amoroso nacque il Minotauro, un essere mezzo uomo e mezzo toro.

Minosse, allora, decise di far costruire il labirinto, sia per nascondere agli occhi dei suoi sudditi la mostruosa creatura sia per impedire che questa, andandosene in giro per il mondo, provocasse lutti e distruzioni.

Il Minotauro, però, aveva bisogno di vittime umane ed a fornirle erano gli Ateniesi, in quanto, sconfitti da Minosse, erano stati condannati ad inviare a Creta, ogni nove anni, sette giovani e sette fanciulle.

Teseo, figlio del re di Atene, per porre fine a tale tributo di sangue, decise di unirsi alle vittime destinate a Creta. Quì giunto viene aiutato ad entrare nel labirinto da Arianna, figlia di Minosse e Pasife e, quindi, sorellastra del Minotauro, la quale si innamora di lui e gli fornisce il filo che, da lei sorretto all'entrata, servirà all'eroe per riquadagnare, sano e salvo, l'uscita una volta ucciso il mostro.

Compiuta la missione, Teseo abbandona Arianna su di una isola e, da qui un girovagare per il mondo ed una serie di sventure e lutti.
Interpretazioni

Il Labirinto ci suggerisce che ci troviamo di fronte ad un processo di iniziazione che, a prezzo di una faticosa esperienza, conduce l'Uomo al Centro, dove esso è solo di fronte alla propria realtà interiore, o alla bestia con cui deve combattere o alla morte, nel silenzio impalpabile che, solo, permette di acquisire la Conoscenza.

Tale significazione conserva anche nell'allegoresi cristiana dell'Alto Medio Evo dove il Labirinto simboleggia, di solito, le prove che il devoto deve affrontare prima di giungere alla Gerusalemme Celeste.

Nella tradizione cabalistica, ripresa anche dagli Alchimisti il Labirinto svolgerebbe una funzione magica e sarebbe uno dei segreti attribuiti a Salomone. E' per questo che il Labirinto delle Cattedrali, costituito da una serie di cerchi concentrici interrotti in alcuni punti in maniera tale da formare una sorta di sentiero inestricabile e bizzarro, sarebbe chiamato "Labirinto di Salomone".

Secondo gli Alchimisti sarebbe una immagine del lavoro intero dell'Opera con le sue difficoltà maggiori e cioé quella della via da seguire per raggiungere il Centro dove avviene il combattimento tra le due Nature dell'Uomo, la Divina e la Bestiale, lo Spirito e la Materia, e, dunque, quella del cammino che l'Artista deve percorrere per uscirne e pervenire alla Luce.

Ddall'età manieristica e barocca, subisce un radicale cambiamento che riverbera i suoi effetti sulle rappresentazioni grafiche di tale simbolo.

Il Labirinto si aggroviglia, si complica, è una serie di illusioni e ingannevoli camminamenti che non danno più la certezza di arrivare al Centro e, una volta arrivati, non danno più la certezza di raggiungere l'Uscita.

Il Labirinto diventa, allora, il luogo della perdizione, dell'errore, del mistero e dell'avventura.

Secondo tale rappresentazione, effetto della dottrina Cattolica, l'Uomo non può ritrovare la Verità o scoprire la Luce mediante una ricerca in se stesso, ma solo attraverso un atto di Fede in Dio, che diventa l'unico mezzo dì Salvezza, in quanto l'Uomo è chiuso in un sistema di cammini ingannevoli e fuorvianti, da cui può essere liberato, epperò non dalla sua intelligenza, non dalla sua perspicacia o intuizione, ma solo dalla Grazia Divina.
Il viaggio iniziatico

Le vie intricate e tortuose del Labirinto che permettono o impediscono l'accesso appaiono anche un sistema di difesa di ciò che contiene e, quindi, annunciano la presenza all'interno di qualcosa di prezioso e di sacro a cui non tutti possono accedere.

E ciò ci suggerisce l'idea o il principio della Selezione in quanto solo a pochi è concesso di intuire l'Entrata del Labirinto e le vie da percorrere per arrivare fino in fondo, mentre tutti gli altri saranno impossibilitati a penetrarvi o si smarriranno per strada.

E qui si è assaliti da un terribile senso di claustrofobia e contemporaneamente di distacco dal mondo esterno. Soli con la propria coscienza e privo di ogni riferimento, si perde il rapporto Spazio-Tempo e si finisce per smarrirsi, riducendo il mondo interiore ad un caos senza senso possibile. Tale stato di shock determina la frantumazione di una personalità non più desiderata.

Il Labirinto, quindi, è la via che conduce all'interno di se stessi, verso la parte più misteriosa della persona umana, che non può essere raggiunta dalla coscienza se non a seguito di lunghi giri (la spirale) o di una intensa concentrazione, che permetterà di giungere all'Intuizione Finale, per cogliere e contemplare in estasi la grandezza di Dio.

Ed allora si coglie il saggio suggerimento:

VISITA INTERIORA TERRAE
RECTFICANDOQUE INVENIES
OCCULTUM LAPIDEM

e si ripiega in se stesso.

E così facendo scopre la Bestia che è in lui e la necessità di sopprimerla. Scopre il Minotauro. Bisogna che uccida il Minotauro.

I1 Minotauro o Asterio che significa "Re delle Stelle", figlio di Pasife - "Colei che rischiara tutto", appellativo della dea lunare e di un Toro bellissimo, sotto le cui spoglie era Zeus per possederla.

I1 Mito ci dice Teseo, il cui nome ricorda Tesi e significa colui che asserisce o afferma. Tale significazione è da mettere in correlazione con l'episodio che Teseo, giovinetto, visse all'età dì quindici anni.

Si narra che, a quel tempo, la madre Etra condusse il giovane innanzi alla "Pietra" sotto la quale il padre Egeo aveva riposto i suoi Sandali e la sua Spada. II giovane sollevò con facilità la Pietra , calzò i sandali paterni ed impugnò la spada, affrontando poi una serie di fatiche, abbattendo mostri che rappresentano Vizi.

Calzare i sandali significa ripercorrere le "orme paterne " cioè abbracciare i Principi della Tradizione difendendoli a spada tratta.

Appare chiara così, attraverso l'Allegoria, il significato del nome: Teseo è colui il quale afferma e difende i Principi della Tradizione.

Egli, dopo aver calzato i sandali del padre, si accinge ad uccidere il Minotauro avvicinandosi al Labirinto accompagnato da Arianna - la purissima - la quale, su suggerimento di Dedalo, tiene il filo che permetterà all'eroe greco di entrare nel Labirinto e riguadagnare l'uscita sorretto nell'impresa da Afrodite, la dea dell'Amore.

Egli deve, sorretto dall'Amore della conoscenza (Afrodite) entrare con purezza di intenti (Arianna) per raggiungere, adoperando la ragione e l'intuizione (Dedalo), la prima luce, conquistando definitivamente la purezza d'animo come status finale, conseguente al superamento della prova impostagli e consistente nell'uccisione del Minotauro.

Ed un lento lavorio ha inizio. Ed allora Egli combatte con la Bestia a mani nude, uccidendola mediante lo strappo della testa con la sola forza delle braccia. Così, comprende che l'uomo, nell'affrontare la battaglia contro i suoi vizi o contro la sua natura bestiale, è solo e che spetta a lui solo scavare oscure e profonde prigioni al Vizio per esaltare le sue virtù.

Scopre, così, la sacralità interiore. Ora si tratta, alla luce del nuovo stato mentale conquistato. di procedere ed avanzare sul Cammino Iniziatico. Occorre uscire dal Labirinto.E ciò richiederà sacrifici continui e costanti, almeno pari a quelli già sopportati per la conquista fatta, per come ci suggerisce il sinuoso percorso dei camminamenti labirintici, che è esattamente uguale a quello già esplorato.

E così Teseo esce dal Labirinto e scopre la Verità. Scopre che, dopo aver tutto esplorato, ha finito per ritrovarsi al punto di partenza. Scopre, allora, che la Morte non è il Nulla, è morte-rinascita.

Dalla Terra alla Terra.

Il Labirinto pone l'uomo di fronte al suo Mistero che, restando inspiegabile razionalmente, deve essere colto o intuito attraverso la rappresentazione rituale. Ma ciò è Bene, in quanto, come dice il Borges:

"la soluzione del Mistero è sempre inferiore al Mistero. Questo partecipa del soprannaturale e finanche del Divino; la soluzione del gioco di prestigio".
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Il simbolo della Croce
La Croce
Significato

La croce è un simbolo antichissimo; ne sono stati rinvenuti reperti preistorici addirittura dell'età neolitica, per non parlare della croce ansatica egiziana, della swastika tibetana o della croce azteca di Tlaloc. La circostanza che questo simbolo sia presente in epoche e contesti sociali diversi assumendo per contro significati analoghi, se non addirittura identici fra loro, suscita in noi emozione profonda.

Il termine Croce deriva dalla parola greca stauròs che è un palo piantato diritto (palo a punta); può servire a molteplici usi, come erigere steccati, gettare fondamenta; può avere anche il significato speciale di palizzata (fin da Omero). Di conseguenza, stauróô significa piantare pali, erigere palizzate (fin da Tucidide).

Il verbo compare più frequentemente nella forma composta anastauróô col medesimo significato. E' intercambiabile, senza apprezzabili variazioni di significato, con anakremánnymi e anaskolopízô, che significano sempre appendere (in pubblico). A seconda del tipo di applicazione penale cui si fa riferimento, può significare impalare; appendere, per disonorare una persona uccisa o per l'esecuzione capitale; assicurare allo strumento di tortura; crocifiggere.

Come anche indicano i casi più frequenti in cui è usato il verbo, staurós può quindi significare il palo (a volte appuntito in alto) al quale viene abbandonato un ucciso, quasi a significare una pena aggiuntiva, in segno di vergogna, sia appendendolo che infilzandolo; in altri casi si tratta del palo usato come strumento di esecuzione capitale (per strangolamento o altro). Inoltre staurós è il legno del supplizio, grosso modo nel senso latino di patibulum, una trave assicurata sulle spalle; è infine, come strumento di supplizio, la croce, formata da un palo perpendicolare e da una trave orizzontale, in forma di T (crux commissa) o di † (crux immissa).

In oriente si usava appendere od infilzare il cadavere del condannato per esporlo alla vista e al ludibrio di tutti. In occidente questo tipo di punizione non era usato né accettato: «L'appendere o l'assicurare a un palo di qualunque tipo, trave o croce, era un procedimento che veniva applicato a una persona ancora viva. L'esecuzione per crocifissione è attestata per la Grecia e per i cartaginesi; i romani devono averla presa da quest'ultimi. Gli orientali invece non hanno usato né sviluppato questo tipo di crocifissione».

Al tempo di Gesù in Palestina, la condanna alla crocifissione e l'esecuzione di questo tipo di pena erano praticate soltanto dalla potenza occupante romana

La pena della crocifissione era quindi intesa più come deterrente che come espiazione, come strumento di ordine al fine di mantenere il dominio vigente. È quindi del tutto logico che lo strumento del supplizio venisse eretto in un luogo ben esposto.

I romani han fatto ampio uso di questo tipo di esecuzione. e lo strumento di supplizio adottato, lo staurós,comportava un pezzo di legno incrociato e aveva quindi la forma delle due travi in croce.

Anche studiosi Ebrei parlano del supplizio romano, facendo anche riferimento ai vangeli: «Le croci utilizzate furono di differenti forme. Alcune furono in forma di T, altre nella forma della croce di Sant'Andrea (X), mentre altre ancora erano in quattro parti (+). Il tipo più comune consisteva in un palo (palus) fermamente fissato al terreno (crucem figere) prima che il condannato arrivasse sul luogo dell'esecuzione (Cicerone, Verrine, v. 12; Giuseppe Flavio, Bellum Iudaicum, VII, 6,4) e in un trave trasversale (patibulum), recante il "titulus", l'iscrizione che attestava il crimine (Mat. 27,37; Luc. 23,38; Svetonio, Claudio, 38). Era il palo trasversale, non il palo fisso, che il condannato era costretto a a trasportare sul luogo dell'esecuzione (Plutarco, De Sera Numinis Vindicta, 9; Mt., ibidem; Gv.19,17)» - Jewish Encyclopedia, alla voce "Crocifissione".

Sono noti due modi di erigere lo staurós. Il condannato poteva venire assicurato alla croce ancora giacente a terra, sul luogo dell'esecuzione, ed essere quindi innalzato insieme ad essa. Oppure — forse questo era il caso più normale — prima si fissava a terra il palo verticale avanti l'esecuzione; poi il condannato, legato alla trave trasversale, veniva innalzato insieme a questa e fissato sul palo verticale. Poiché questa era la maniera più semplice per assicurare il condannato sulla croce e poiché l'aggiunta della trave trasversale dev'essere presumibilmente messa in connessione con la pena del patibulum riservata agli schiavi, si può dedurre che la crux commissa rappresentasse la normalità. Quanto all'altezza, la croce non doveva superare di molto la statura di un uomo.

Lo svolgimento della crocifissione secondo il procedimento romano doveva essere pressapoco il seguente: dapprima avveniva la condanna legale; solo in circostanze straordinarie poteva aver luogo un procedimento sommario sul luogo stesso dell'esecuzione; se l'esecuzione doveva avvenire in un luogo diverso da quello della condanna, il condannato stesso portava la trave trasversale (patibulum) nel luogo fissato, per lo più fuori le mura cittadine. E' qui che ha la sua origine il detto «portare lo staurós», tipica espressione per indicare la punizione di uno schiavo. Sul luogo dell'esecuzione il condannato veniva spogliato e flagellato (non è certo se soltanto qui); la flagellazione è un elemento costante nella crocifissione, tra la condanna e l'esecuzione vera e propria. Il condannato veniva legato a braccia tese sulla trave, che forse poggia sulle sue spalle. Solo in casi sporadici si parla di inchiodatura (Hdt. IX 120, 4; VII 33); non si sa con certezza se anche i piedi venissero inchiodati, oltre che le mani. La morte del condannato, appeso al palo verticale con la trave trasversale sopra, subentrava lentamente e tra sofferenze indicibili, probabilmente per sfinimento o per soffocamento. Il cadavere poteva essere abbandonato sulla croce alla decomposizione oppure a essere divorato dagli uccelli rapaci o divoratori di carogne. Sono attestati anche casi in cui il cadavere veniva poi consegnato ai parenti o conoscenti.

Alcune incertezze mostrate in quest'opera non si possono riferire alla crocifissione di Cristo così come viene narrata nei Vangeli. La Scrittura attesta infatti che, nel caso di Gesù, la flagellazione non venne eseguita sul luogo dell'esecuzione. Inoltre i Vangeli dicono che al Signore vennero inchiodati anche i piedi. I cristiani sanno quindi che la crocifissione di Gesù si svolse in questo modo. Invece, nella generalità dei casi può darsi che la procedura fosse leggermente diversa; questo le fonti storiche non permettono di stabilirlo con assoluta certezza.
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Il simbolo della Croce
La Croce
Significato

La croce è un simbolo antichissimo; ne sono stati rinvenuti reperti preistorici addirittura dell'età neolitica, per non parlare della croce ansatica egiziana, della swastika tibetana o della croce azteca di Tlaloc. La circostanza che questo simbolo sia presente in epoche e contesti sociali diversi assumendo per contro significati analoghi, se non addirittura identici fra loro, suscita in noi emozione profonda.

Il termine Croce deriva dalla parola greca stauròs che è un palo piantato diritto (palo a punta); può servire a molteplici usi, come erigere steccati, gettare fondamenta; può avere anche il significato speciale di palizzata (fin da Omero). Di conseguenza, stauróô significa piantare pali, erigere palizzate (fin da Tucidide).

Il verbo compare più frequentemente nella forma composta anastauróô col medesimo significato. E' intercambiabile, senza apprezzabili variazioni di significato, con anakremánnymi e anaskolopízô, che significano sempre appendere (in pubblico). A seconda del tipo di applicazione penale cui si fa riferimento, può significare impalare; appendere, per disonorare una persona uccisa o per l'esecuzione capitale; assicurare allo strumento di tortura; crocifiggere.

Come anche indicano i casi più frequenti in cui è usato il verbo, staurós può quindi significare il palo (a volte appuntito in alto) al quale viene abbandonato un ucciso, quasi a significare una pena aggiuntiva, in segno di vergogna, sia appendendolo che infilzandolo; in altri casi si tratta del palo usato come strumento di esecuzione capitale (per strangolamento o altro). Inoltre staurós è il legno del supplizio, grosso modo nel senso latino di patibulum, una trave assicurata sulle spalle; è infine, come strumento di supplizio, la croce, formata da un palo perpendicolare e da una trave orizzontale, in forma di T (crux commissa) o di † (crux immissa).

In oriente si usava appendere od infilzare il cadavere del condannato per esporlo alla vista e al ludibrio di tutti. In occidente questo tipo di punizione non era usato né accettato: «L'appendere o l'assicurare a un palo di qualunque tipo, trave o croce, era un procedimento che veniva applicato a una persona ancora viva. L'esecuzione per crocifissione è attestata per la Grecia e per i cartaginesi; i romani devono averla presa da quest'ultimi. Gli orientali invece non hanno usato né sviluppato questo tipo di crocifissione».

Al tempo di Gesù in Palestina, la condanna alla crocifissione e l'esecuzione di questo tipo di pena erano praticate soltanto dalla potenza occupante romana

La pena della crocifissione era quindi intesa più come deterrente che come espiazione, come strumento di ordine al fine di mantenere il dominio vigente. È quindi del tutto logico che lo strumento del supplizio venisse eretto in un luogo ben esposto.

I romani han fatto ampio uso di questo tipo di esecuzione. e lo strumento di supplizio adottato, lo staurós,comportava un pezzo di legno incrociato e aveva quindi la forma delle due travi in croce.

Anche studiosi Ebrei parlano del supplizio romano, facendo anche riferimento ai vangeli: «Le croci utilizzate furono di differenti forme. Alcune furono in forma di T, altre nella forma della croce di Sant'Andrea (X), mentre altre ancora erano in quattro parti (+). Il tipo più comune consisteva in un palo (palus) fermamente fissato al terreno (crucem figere) prima che il condannato arrivasse sul luogo dell'esecuzione (Cicerone, Verrine, v. 12; Giuseppe Flavio, Bellum Iudaicum, VII, 6,4) e in un trave trasversale (patibulum), recante il "titulus", l'iscrizione che attestava il crimine (Mat. 27,37; Luc. 23,38; Svetonio, Claudio, 38). Era il palo trasversale, non il palo fisso, che il condannato era costretto a a trasportare sul luogo dell'esecuzione (Plutarco, De Sera Numinis Vindicta, 9; Mt., ibidem; Gv.19,17)» - Jewish Encyclopedia, alla voce "Crocifissione".

Sono noti due modi di erigere lo staurós. Il condannato poteva venire assicurato alla croce ancora giacente a terra, sul luogo dell'esecuzione, ed essere quindi innalzato insieme ad essa. Oppure — forse questo era il caso più normale — prima si fissava a terra il palo verticale avanti l'esecuzione; poi il condannato, legato alla trave trasversale, veniva innalzato insieme a questa e fissato sul palo verticale. Poiché questa era la maniera più semplice per assicurare il condannato sulla croce e poiché l'aggiunta della trave trasversale dev'essere presumibilmente messa in connessione con la pena del patibulum riservata agli schiavi, si può dedurre che la crux commissa rappresentasse la normalità. Quanto all'altezza, la croce non doveva superare di molto la statura di un uomo.

Lo svolgimento della crocifissione secondo il procedimento romano doveva essere pressapoco il seguente: dapprima avveniva la condanna legale; solo in circostanze straordinarie poteva aver luogo un procedimento sommario sul luogo stesso dell'esecuzione; se l'esecuzione doveva avvenire in un luogo diverso da quello della condanna, il condannato stesso portava la trave trasversale (patibulum) nel luogo fissato, per lo più fuori le mura cittadine. E' qui che ha la sua origine il detto «portare lo staurós», tipica espressione per indicare la punizione di uno schiavo. Sul luogo dell'esecuzione il condannato veniva spogliato e flagellato (non è certo se soltanto qui); la flagellazione è un elemento costante nella crocifissione, tra la condanna e l'esecuzione vera e propria. Il condannato veniva legato a braccia tese sulla trave, che forse poggia sulle sue spalle. Solo in casi sporadici si parla di inchiodatura (Hdt. IX 120, 4; VII 33); non si sa con certezza se anche i piedi venissero inchiodati, oltre che le mani. La morte del condannato, appeso al palo verticale con la trave trasversale sopra, subentrava lentamente e tra sofferenze indicibili, probabilmente per sfinimento o per soffocamento. Il cadavere poteva essere abbandonato sulla croce alla decomposizione oppure a essere divorato dagli uccelli rapaci o divoratori di carogne. Sono attestati anche casi in cui il cadavere veniva poi consegnato ai parenti o conoscenti.

Alcune incertezze mostrate in quest'opera non si possono riferire alla crocifissione di Cristo così come viene narrata nei Vangeli. La Scrittura attesta infatti che, nel caso di Gesù, la flagellazione non venne eseguita sul luogo dell'esecuzione. Inoltre i Vangeli dicono che al Signore vennero inchiodati anche i piedi. I cristiani sanno quindi che la crocifissione di Gesù si svolse in questo modo. Invece, nella generalità dei casi può darsi che la procedura fosse leggermente diversa; questo le fonti storiche non permettono di stabilirlo con assoluta certezza.
Dal libro dei Numeri

In quei giorni, il popolo non sopportò il viaggio e disse contro Dio e contro Mosè: «Perché ci avete fatti uscire dall'Egitto per farci morire in questo deserto? Qui non c'è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero» . Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti velenosi i quali mordevano la gente e un gran numero d'Israeliti morì. Perciò il popolo venne a Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; prega il Signore che allontani da noi questi serpenti». Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un'asta; chiunque, dopo essere stato morso, lo guarderà resterà in vita». Mosè allora fece un serpente di rame e lo mise sopra l'asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di rame, restava in vita.
Dal vangelo secondo Giovanni

Vangelo Gv 3, 13-17

In quel tempo Gesù disse a Nicodemo: «Nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo.
E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.
Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui».
La Croce in Oriente

Gli Orientali celebrano la Croce con una solennità paragonabile a quella della Pasqua. L’uso liturgico che vuole la Croce presso l’altare quando si celebra la Messa, rappresenta un richiamo alla figura biblica del serpente di rame che Mosè innalzò nel deserto: guardandolo gli Ebrei, morsicati dai serpenti erano guariti. Giovanni nel racconto della Passione dovette aver presente il profondo simbolismo di questo avvenimento dell’Esodo (cf prima lettura), e la profezia di Zaccaria, quando scrive: «Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto » (Zc 12,10; Gv 19,37).
La croce è gloria ed esaltazione di Cristo

Dai «Discorsi» di sant'Andrea di Creta, vescovo
(Disc. 10 sull'Esaltazione della santa croce; PG 97, 1018-1019. 1022-1023).

Noi celebriamo la festa della santa croce, per mezzo della quale sono state cacciate le tenebre ed è ritornata la luce. Celebriamo la festa della santa croce, e così, insieme al Crocifisso, veniamo innalzati e sublimati anche noi. Infatti ci distacchiamo dalla terra del peccato e saliamo verso le altezze. E' tale e tanta la ricchezza della croce che chi la possiede ha un vero tesoro. E la chiamo giustamente così, perché di nome e di fatto è il più prezioso di tutti i beni. E' in essa che risiede tutta la nostra salvezza. Essa è il mezzo e la via per il ritorno allo stato originale.
Se infatti non ci fosse la croce, non ci sarebbe nemmeno Cristo crocifisso. Se non ci fosse la croce, la Vita non sarebbe stata affissa al legno. Se poi la Vita non fosse stata inchiodata al legno, dal suo fianco non sarebbero sgorgate quelle sorgenti di immortalità, sangue e acqua, che purificano il mondo. La sentenza di condanna scritta per il nostro peccato non sarebbe stata lacerata, noi non avremmo avuto la libertà, non potremmo godere dell'albero della vita, il paradiso non sarebbe stato aperto per noi. Se non ci fosse la croce, la morte non sarebbe stata vinta, l'inferno non sarebbe stato spogliato.
E' dunque la croce una risorsa veramente stupenda e impareggiabile, perché, per suo mezzo, abbiamo conseguito molti beni, tanto più numerosi quanto più grande ne è il merito, dovuto però in massima parte ai miracoli e alla passione del Cristo. E' preziosa poi la croce perché è insieme patibolo e trofeo di Dio. Patibolo per la sua volontaria morte su di essa. Trofeo perché con essa fu vinto il diavolo e col diavolo fu sconfitta la morte. Inoltre la potenza dell'inferno venne fiaccata, e così la croce è diventata la salvezza comune di tutto l'universo.
La croce è gloria di Cristo, esaltazione di Cristo. La croce è il calice prezioso e inestimabile che raccoglie tutte le sofferenze di Cristo, è la sintesi completa della sua passione. Per convincerti che la croce è la gloria di Cristo, senti quello che egli dice: «Ora il figlio dell'uomo è stato glorificato e anche Dio è stato glorificato in lui, e lo glorificherà subito» (Gv 13, 31-32).
E di nuovo: «Glorificami, Padre, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse» (Gv 17, 5). E ancor: «Padre glorifica il tuo nome. Venne dunque una voce dal cielo: L'ho glorificato e di nuovo lo glorificherò» (Gv 12, 28), per indicare quella glorificazione che fu conseguita allora sulla croce. Che poi la croce sia anche esaltazione di Cristo.
La Croce nell'Islam

Per l'Islam la croce ha invece un significato sapienziale. Simbolo delle due direzioni dell'essere (verticale) e del fare (orizzontale) , l'una dell'Anima l'altra della psiche e della materia . Il centro è il Cuore. La psiche si manifesta nel mondano, nel corporeo, nella dimensione orizzontale dell'agire, della parola ma fa anche da ponte con l'Anima Divina nell'atto della introversione, della contemplazione, del sentimento che si raccoglie ricettivo sul mistero dell'Essere. La verticalità si riflette nell'orizzontalità come il cielo nel mare. In quest'ultimo tutto è forma e divenire ma specchio di un'unica Realtà.
Altri significati della Croce

Il significato più comune attribuito alla Croce è la raffigurazione del sole. Presso i popoli antichi il sole era sovente divinizzato, siccome associato all'idea di vita. La croce ansatica è anzi così detta perché è chiaro il riferimento al geroglifico "nkh",vita. In alcuni disegni tibetani le braccia della swastika appaiono anzi sovrapposte in guisa da simboleggiare la copula tra l'uomo e la donna, quindi il momento della creazione della vita.

La raffigurazione stilizzata di due persone di sesso diverso che si uniscono intimamente fra loro per dar vita a una nuova creatura, ci induce a riflettere su un altro significato della Croce, e cioè la risoluzione dialettica degli opposti (maschio/femmina; vita/morte; verticale/orizzontale; razionalità/intuizione, ecc.). Tali opposti sono le due braccia della croce, che venendo assorbite in un unico contesto, cioè la Croce stessa, appaiono non più antitetici, bensì complementari fra loro.

Le due braccia della Croce possono inoltre essere considerate come quattro semirette che hanno origine dal medesimo punto, ottenendosi così una divisione de piano in quattro parti uguali.

Pregnante è il significato del numero quattro. Tanti erano, secondo i presocratici, gli elementi che componevano il mondo: terra, aria, acqua e fuoco; altrettante le parti che si riteneva componessero l'uomo:corpo, mente, anima e spirito. A ciascuna di esse corrispondeva, rispettivamente, ognuno dei quattro elementi suddetti. Quattro elementi, dunque, aventi ciascuno caratteristiche proprie l'uno dístínto dagli altri, eppure tutti armoniosamente coordinati fra loro.

Ricordiamo che la croce era il geroglifico alchemico del crogiuolo, in tardo latino detto crucìbulum, parola la cui radice, secondo taluni, era crux, croce. Il crogiuolo, per l'appunto, è lo strumento dove la materia prima, lavorata col fuoco, trova la morte per risuscitare trasformata
La scoperta delle ossa di un uomo crocefisso

Non si chiama Yehoshua Mi Nazeret (Jesus Nazarenus) ma Yohanan Ben Hagkol. Non aveva 33 anni ma 25. Il ritrovamento delle sue ossa resta tuttavia l'unica testimonianza concreta della stessa crocefissione con cui morì Gesù. L'ossuario di pietà con lo scheletro di Yohanan (il cui nome è nell'iscrizione dell'ossuario) è stato ritrovato in una grotta per sepolture a nord di Gerusalemme, nel quartiere Givat Ha Mivtar. Quando Vassilios Tzaferis, del dipartimento israeliano delle Antichità, che dirigeva gli scavi, aprì quell'urna, capì di essere di fronte a una scoperta storica. Quel morto, certo contemporaneo di Gesù, non era una personalità e nulla sappiamo di lui, neppure di quale colpa fu accusato. E' il modo in cui trovò la morte che l'ha reso celebre: nel suo piede, all'altezza della caviglia, si vede conficcato un chiodo, con tanto di supporto di legno per tenerlo più stretto. Un ritrovamento sensazionale. "Sotto l'impero romano, in tutte le sue province" spiega Tzaferis "migliaia di persone morirono sulla croce. Secondo le fonti storiche, il supplizio era per gli schiavi, i prigionieri di guerra e i ribelli al dominio di Roma. Tra questi ultimi il più noto era Gesù, mandato a morire nel 30 d.C. circa. Mai tuttavia avevamo trovato prova che la crocefissione avvenisse con l'uso di chiodi su piedi e mani come descritto dai Vangeli". Joseph Zias, l'antropologo israeliano che, dopo il ritrovamento, ha studiato le ossa di Yohanan Ben Hagkol, aggiunge: "E' possibile che la maggior parte delle crocefissioni avvenisse solo con l'uso della corda che il condannato, con i piedi appoggiati a un tassello di legno e le mani legate ai polsi attraverso la croce, morisse comunque di stenti in poche ore. I chiodi si conficcavano quando il martirio doveva risultare più doloroso: in casi eccezionali".

Gesù di Nazareth fu uno di questi.

"Ora, mentre lo conducevano via, presero Simone, un nativo di Cirene, che veniva dai campi, e posero il palo di tortura su di lui perché lo portasse dietro a Gesù. … Ma altri due uomini, malfattori, erano pure condotti per essere giustiziati con lui. Ed essendo giunti al luogo chiamato Teschio, vi misero al palo lui e i malfattori, uno alla sua destra e uno alla sua sinistra. Inoltre, per distribuire i suoi abiti, gettarono le sorti. E il popolo stava a guardare. Ma i governanti si facevano beffe, dicendo: "Ha salvato altri; salvi se stesso, se questo è il Cristo di Dio, l’Eletto". Anche i soldati lo schernirono, avvicinandosi e offrendogli vino acido e dicendo: "Se tu sei il re dei giudei, salva te stesso". Al di sopra di lui c’era anche un’iscrizione: "Questo è il re dei giudei". – Luca 23:26-38
Varianti del Simbolo della Croce

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La Croce Celtica
Croce Celtica

La croce celtica, in paesi come Irlanda e Inghilterra, rappresenta il simbolo della cristianità così come lo è per noi la Croce di Cristo. Essa viene posta in cima alle cupole delle chiese, sulle tombe e portata al collo da migliaia di fedeli.

Oltre a possedere un significato sacro e religioso questo simbolo è uno dei più rilevanti nella simbologia europea e mondiale. Nell’evangelizzazione cristiana dell’Eurpoa durante l’Impero Romano nei paesi anglosassoni vi erano varie religioni e culti pagani che vennero poi sostitutiti con la religione cristiana.

I celti usavano già la Croce, simbolo contemplato dai Druidi come sigillo del Sapere e dei 4 elementi della natura che confluiscono al centro di un cerchio che è simbolo del quinto elemento, della quinta essenza.

Nel corso dei secoli questo antico simbolo è andato incarnando alcuni significati quale l’europeismo, la tradizione dei popoli nord europei ed europei in generale con il valore strettamente correlato al rispetto delle usanze e delle tradizioni, oltre a continuare a rappresentare la cristianità anglosassone.

Durante gli anni di piombo, questo simbolo ebe la sua prima comparsa nelle piazze italiane per mano di gruppi giovanili di destra (il mitico Fornte della Gioventù) che sventolavano bandiere con croci celtiche.

Per questo la croce celtica è stata dichiarata ufficialmente illegale nel nostro paese dalla Legge Mancino. Le motivazioni contenute nel testo di legge rimandano a riconducibilità del simbolo ad ideologie razziste, xenofobiche nazifasciste.
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Il simbolo del Tao
Il simbolo del Tao
Tao - Yin Yang

Secondo il pensiero taoista (che in questo non si discosta da quello confuciano) esiste un'armonia universale che lega tutti i livelli del cosmo: terra, uomo e cielo.

Il principio su cui si fonda il Taoismo è il tao, termine di difficile interpretazione, tanto che un verso del Tao Te Ching recita: "Il tao che può essere definito col nome non è il tao costante". Il tao, che è presente in ogni cosa e la condiziona, è un flusso vitale che ha dato origine a tutto, e che scorre incessantemente, mutando sempre e rimanendo sempre lo stesso. Associata al tao è la concezione dello yinyang.
Yin e yang

Yin e yang sono opposti e complementari tra di loro, relativi (si può essere yin sotto un certo aspetto e yang sotto un altro) e non antitetici, tanto che nella pienezza dell'uno è implicita l'origine dell'altro. Il loro alternarsi determina tutte le cose.
Yin e yang sono i due princìpi che mantengono l'ordine naturale del tao:
yin è il principio femminile, passivo ed oscuro, identificato con la luna;
yang il principio maschile, attivo e luminoso, identificato con il sole.
Il simbolo del Tao

Il simbolo del Tao è formato da due spirali: una che si avvolge e l'altra che si svolge a partire da un unico Centro. Le due spirali rappresentano la discesa ed ascesa degli aspetti opposti di ogni energia del cosmo. Il Simbolo pertanto è una simmetria rotazionale ciclica: la spirale bianca ha l'inizio dove finisca la spirale nera; essa si avvolge ed aumenta fino ad un massimo, ma poi manifesta in se stessa la sua tendenza opposta (puntino nero) che appunto a partire da questo momento si svolge. Anche questo aspetto raggiunge un massimo finché si manifesta la tendenza opposta (puntino bianco), che si avvolge e così via, ciclicamente.
Questo ciclo unifica nella monade Universo tutte le energie del cosmo nei loro aspetti opposti rendendoli così complementari.
In modo analogo il taoismo concepì l'antico genio dal corpo di serpe in forma duale e ne precisò dualità di forme, caratteri, nomi.
Nella mitologia cosmogonica taoista due leggendari Augusti, Fuxi e Nugua avevano corpi di spire, sovente intrecciati l'un l'altro.
Essi furono gli ordinatori del mondo. Più volte introdotti come fratello e sorella, come sposi o come amanti, Fuxi e Nugua valgono nel mito la coppia primigenia da cui l'umanità discende.
Erano certo tempi diversi in cui uomini e animali vivevano in totale unione.
Aspetto religioso

Come religione popolare, il Taoismo mise in atto diverse pratiche per potenziare e per rendere immortale il corpo: diete alimentari di vario tipo (inclusa l'ingestione di prodotti ottenuti tramite ricerche alchemiche), tecniche respiratorie (come lo yoga cinese), ginniche, sessuali e contemplative.
Nelle numerose leggende taoiste, un posto di rilievo è assegnato ai cosiddetti "Otto Immortali" (Baxian), un gruppo di personaggi (uomini e donne) che, avendo ottenuto in vita poteri soprannaturali, sono stati santificati dopo morti.
Oltre agli Immortali, e accanto a Laozi - identificato spesso con Huanlao (Il Vecchio Giallo), uno dei cinque creatori del cosmo -, c'è un numero elevatissimo di divinità eterogenee, organizzate gerarchicamente, come i protettori di mestieri e dei fenomeni atmosferici; gli spiriti degli elementi della natura; le anime di diverse località (cimiteri, luoghi, guadi, strade); i demoni; le anime degli impiccati, degli annegati e degli antenati; i santi taoisti, confuciani e buddhisti.
Aspetto filosofico

L'obiettivo del Taoismo filosofico è quello di raggiungere la santità, lo stato di perfetta armonia con il mondo naturale, uno stato che si acquista uniformandosi ad esso tramite meditazione ed estasi, che permettono l'identificazione con il tao.
La natura non deve essere alterata dall'azione umana, e per questo il taoista pratica e predica il "non agire" (wu wei) in tutti i campi (anche in quello politico), non lasciandosi turbare né dai mutamenti, né dalla morte. Nel Zhuangzi è messa in risalto anche la necessità di non fare distinzioni, di raggiungere lo stadio di una "non conoscenza", la quale si ottiene solo dopo aver conosciuto.
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11/21/2007 2:37 AM
 
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Il Tau
Il Tau
Tau dipinto da San Francesco

"Nutriva grande venerazione e affetto per il segno del TAU. Lo raccomandava spesso nel parlare e lo scriveva di propria mano sotto le lettere che inviava" (FF 1079)

Il TAU è l'ultima lettera dell'alfabeto ebraico. Esso venne adoperato con valore simbolico si dall'Antico Testamento; se ne parla già nel libro di Ezechiele: "Il Signore disse: Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme e segna un TAU sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono..."(Ez. 9,4). Esso è il segno che posto sulla fronte dei poveri di Israele, li salva dallo sterminio. Con questo stesso senso e valore se ne parla anche nell'Apocalisse (Apoc.7,2-3).

Il Tau è perciò segno di redenzione. E' segno esteriore di quella novità di vita cristiana, più interioramente segnata dal Sigillo dello Spirito Santo, dato a noi in dono il giorno del Battesimo (Ef 1,13).

Il TAU fu adottato prestissimo dai cristiani per un duplice motivo. Esso, come ultima lettera dell'alfabeto ebraico; era una profezia dell'ultimo giorno ed aveva la stessa funzione della lettera greca Omega come appare dall'Apocalisse: "Io sono l'Alfa e l'Omega il principio e la fine. A chi ha sete io darò gratuitamente dalla fonte dell'acqua della vita....Io sono l'Alfa e l'Omega, il primo e l'ultimo, il principio e la fine" (Apoc.21,6; 22,13).

Ma soprattutto i cristiani adottarono il TAU, perchè la sua forma ricordava ad essi la croce, sulla quale Cristo si immolò per la salvezza del mondo.

San Francesco d'Assisi, per questi stessi motivi, faceva riferimento in tutto al Cristo, all'Ultimo; per la somiglianza che il TAU ha con la Croce, ebbe carissimo questo segno, tanto che questo occupò un posto rilevante nella sua vita come pure nei gesti. In lui il vecchio segno profetico si attualizza, si ricolora, riacquista la sua forza salvatrice ed esprime la beatitudine della povertà, elemento sostanziale della forma di vita francescana. Per questo, grande fu in Francesco l'amore e la fede in questo segno.

"Con tale sigillo, san Francesco si firmava ogni qualvolta o per necessità o per spirito di carità, inviava qualche sua lettera" (FF980); "Con esso dava inizio alle sua azioni" (FF1347).

Il TAU era quindi il segno più caro a Francesco, il suo sigillo, il segno rivelatore di una convinzione spirituale profonda che solo nella Croce di Cristo è la salvezza di ogni uomo.

Oggi, moltissimi amici di san Francesco portano il Tau come segno distintivo di riconoscimento della loro appartenenza alla famiglia o alla spiritualità francescana. Il TAU non è un feticcio, né tantomeno un ninnolo: esso, segno concreto di una devozione cristiana, è soprattutto un impegno di vita nella sequela del Cristo povero e crocifisso.
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